Mio figlio è un bullo: come riconoscere i segnali e cosa fare a livello pedagogico

mio figlio è un bullo

Ricevere una segnalazione dalla scuola o da un altro genitore può essere destabilizzante.

Sentirsi dire che proprio il proprio figlio ha umiliato, escluso, minacciato o ferito un compagno porta spesso con sé incredulità, vergogna e il bisogno immediato di trovare una spiegazione: “stava scherzando”, “è stato provocato”, “anche gli altri fanno così”.

La prima cosa da ricordare è che un bambino non coincide con il comportamento che ha avuto.

Dire “mio figlio è un bullo” non dovrebbe trasformarsi in un’etichetta definitiva, ma diventare il punto di partenza per capire cosa sta accadendo e intervenire in modo educativo.

Un comportamento può infatti essere riconosciuto, corretto e sostituito con modalità più rispettose di stare con gli altri.

Allo stesso tempo, non bisogna minimizzare.

Se un figlio mette in atto comportamenti di prevaricazione, l’obiettivo non è né giustificarlo né umiliarlo, ma aiutarlo ad assumersi la responsabilità di ciò che ha fatto e comprendere le conseguenze delle proprie azioni.

Capire come riconoscere se mio figlio ha comportamenti da bullo e cosa fare richiede inoltre di distinguere il bullismo da un semplice litigio tra coetanei, osservando frequenza, intenzionalità, squilibrio di potere e dinamiche all’interno del gruppo.

In questo articolo affronteremo seguenti argomenti:

  • Come sapere per capire se mio figlio è un bullo
  • Come reagire alla scoperta che mio figlio è un bullo e superare il rifiuto iniziale 
  • Le strategie pedagogiche per intervenire quando mio figlio è un bullo 
  • Il percorso a lungo termine per aiutare mio figlio a crescere nel rispetto degli altri 

Affrontare il problema con tempestività non significa condannare un figlio, ma accompagnarlo verso un modo più consapevole e rispettoso di costruire le proprie relazioni.

Indice

Come sapere per capire se mio figlio è un bullo

Quando un genitore cerca online “mio figlio è un bullo cosa fare”, spesso lo fa dopo un episodio specifico, come una telefonata dalla scuola o un messaggio di un altro genitore.

Prima di intervenire, è fondamentale capire cosa si sta osservando, poiché non tutte le condotte scorrette hanno lo stesso significato pedagogico.

Ad esempio, un bambino può spingere un compagno durante una lite senza essere coinvolto in bullismo.

Due amici possono insultarsi e riconciliarsi rapidamente, mentre un gesto grave compiuto una sola volta richiede attenzione, ma non sempre indica bullismo continuativo.

Al contrario, alcune forme di bullismo sono sottili e difficili da riconoscere.

Non servono pugni o minacce evidenti; il bullismo può manifestarsi tramite l’esclusione sistematica, la derisione, battute umilianti o isolamento.

Questi comportamenti possono avere un impatto profondo e duraturo sulla vittima, rendendo difficile per gli adulti cogliere la gravità della situazione.

Il primo compito dell’adulto è ricostruire la dinamica del comportamento, piuttosto che cercare immediatamente un colpevole da punire.

È essenziale adottare un approccio analitico e comprensivo per affrontare il problema in modo educativo.

Riconoscere e affrontare il bullismo richiede attenzione e sensibilità.

Agisci ora per comprendere meglio il comportamento di tuo figlio e promuovere un cambiamento positivo.

Non si tratta solo di punizione, ma di educazione e crescita.

Investire tempo ed energie per affrontare il bullismo è fondamentale per garantire un ambiente sicuro e rispettoso per tutti i bambini.

La definizione dei comportamenti aggressivi e intenzionali per identificare il bullismo

Per comprendere se un episodio rientra nel bullismo, è fondamentale partire dalle caratteristiche del comportamento.

Il bullismo è definito come un comportamento aggressivo indesiderato tra giovani, caratterizzato da uno squilibrio di potere reale o percepito e che si ripete nel tempo.

Quando un genitore si chiede “come riconoscere se mio figlio fa il bullo a scuola”, dovrebbe osservare tre dimensioni: la natura dell’azione, lo squilibrio di potere e la ripetizione.

Le azioni possono essere fisiche, verbali o relazionali.

È importante notare che il bullismo può anche manifestarsi online, attraverso il cyberbullismo, con messaggi offensivi o diffamatori.

Lo squilibrio di potere può derivare da vari fattori, come la popolarità o l’influenza sociale.

Infine, la ripetizione non implica necessariamente che lo stesso gesto avvenga molte volte; anche una minaccia con l’intenzione di creare una dinamica continuativa è significativa.

È cruciale non limitarsi a chiedere a tuo figlio se “voleva fare del male”, ma indagare sul comportamento concreto: cosa è stato detto o fatto, chi era presente, e come ha reagito l’altro bambino.

Inoltre, segnali come la soddisfazione nel vedere un coetaneo spaventato o la tendenza a definire gli altri come “deboli” possono indicare comportamenti problematici.

Ricorda che anche il silenzio complice o un “like” a contenuti umilianti contribuiscono alla diffusione del danno.

Per approfondire il tema, puoi guardare anche una puntata del podcast “Mi chiamo Dragana”, dedicata al bullismo e arricchita dall’intervista a Vincenzo Vetere, con cui abbiamo affrontato segnali, dinamiche e conseguenze di questo fenomeno.

La differenza tra i normali conflitti della crescita e le dinamiche di bullismo continuativo

Litigare fa parte della crescita.

Bambini e adolescenti stanno imparando a gestire frustrazione, rabbia, regole e relazioni con i coetanei.

Per questo un conflitto, anche acceso, non è automaticamente bullismo.

Per capire come distinguere un litigio tra bambini da una situazione di bullismo, bisogna osservare soprattutto il rapporto di forza tra i ragazzi.

In un conflitto tra pari entrambi possono arrabbiarsi, offendersi e cercare di prevalere, ma hanno generalmente possibilità simili di difendersi e, dopo il litigio, possono tornare su un piano di parità.

Nel bullismo, invece, emerge una dinamica di prevaricazione.

Un ragazzo può avere paura dell’altro, evitare determinati luoghi, cambiare abitudini o sentirsi incapace di reagire perché dall’altra parte c’è una persona o un gruppo più forte, popolare o influente.

Anche la ripetizione conta, ma non bisogna aspettare che gli episodi diventino numerosi prima di intervenire.

Se un comportamento umiliante continua o c’è la minaccia che si ripeta, è necessario approfondire.

Per capire se mio figlio fa il bullo a scuola, è utile chiedersi anche cosa succede dopo il conflitto.

Riesce a riconoscere di aver esagerato?

Si ferma quando vede che l’altro sta male?

Oppure continua a cercare occasioni per umiliarlo?

Conta anche il ruolo del gruppo.

Ridere, filmare, condividere o incoraggiare può rafforzare la prepotenza.

Infine, attenzione alla frase “era solo uno scherzo”.

Uno scherzo è tale quando tutti possono ridere e chi è a disagio può chiedere di smettere.

Se il divertimento dipende dall’umiliazione di qualcuno, non è più un gioco innocuo.

Le cause psicologiche e sociali che spingono un bambino ad assumere il ruolo del bullo

Chiedersi “perché mio figlio fa il bullo?” non significa cercare una scusa, ma capire quali fattori possono alimentare il comportamento e su cosa intervenire.

Non esiste infatti una causa unica né un profilo universale del bambino che mette in atto prepotenze.

Alcuni ragazzi cercano popolarità, controllo o prestigio nel gruppo.

Altri possono reagire a frustrazione, rabbia o insicurezza.

In certi casi il comportamento viene rinforzato dalle risate dei compagni, dall’approvazione del gruppo o dall’idea che mostrarsi aggressivi significhi essere forti.

Può incidere anche una difficoltà nella regolazione emotiva.

Un bambino può provare emozioni intense senza avere ancora gli strumenti per gestirle.

Per questo è utile insegnargli a riconoscere la rabbia, fermarsi prima di reagire, chiedere aiuto e usare modalità alternative all’aggressività.

Anche l’empatia ha un ruolo importante.

Un ragazzo può sapere che una parola ferisce senza comprendere pienamente l’effetto delle proprie azioni.

L’empatia si sviluppa attraverso dialogo, esempi degli adulti, cooperazione e occasioni di riparazione.

La famiglia non è automaticamente la causa del bullismo, ma è utile osservare quali messaggi riceve il bambino e come vengono gestiti conflitti, errori e vulnerabilità.

Se temi che in casa prevalga uno stile troppo rigido, può essere utile approfondire quali conseguenze educative possono avere i genitori autoritari e come trovare un maggiore equilibrio.

Anche il gruppo dei pari e l’ambiente scolastico possono avere un peso decisivo, soprattutto quando sarcasmo, esclusione o umiliazione diventano strumenti per ottenere consenso.

Per capire perché mio figlio ha comportamenti da bullo, la domanda più utile è: “Che cosa ottiene attraverso questo comportamento?”

Attenzione, appartenenza, potere, difesa o controllo?

Capire non significa giustificare.

Significa individuare il punto da cui partire per aiutarlo a cambiare.

Come aiutare un bambino a diventare più paziente?

Come reagire alla scoperta che mio figlio è un bullo e superare il rifiuto iniziale

“Vostro figlio prende in giro sistematicamente un compagno.”

Una frase del genere può avere un forte impatto emotivo.

Un genitore può sentirsi accusato, vivere la segnalazione come un giudizio sulla propria capacità educativa e reagire con rabbia, vergogna, delusione o paura.

Quando la scuola segnala che un ragazzo o una ragazza ha comportamenti da bullo, la prima cosa da evitare è una reazione impulsiva.

Difenderlo immediatamente senza conoscere i fatti può impedire di capire davvero cosa sta succedendo.

Allo stesso modo, punirlo prima ancora di aver ricostruito l’episodio rischia di trasformare il confronto in uno scontro.

È più utile mantenere una posizione ferma ma disponibile, capace di comunicare due messaggi insieme:

“Ti voglio bene e sono dalla tua parte.”

e allo stesso tempo:

“Quello che hai fatto non è accettabile e dobbiamo affrontarlo.”

Essere dalla parte di un figlio non significa giustificarlo.

Significa aiutarlo ad assumersi la responsabilità delle proprie azioni senza umiliarlo né trasformare un comportamento in un’etichetta.

Se arriva una segnalazione dalla scuola, conviene raccogliere informazioni precise: che cosa è successo, quante volte, chi era presente, come ha reagito l’altro ragazzo e quale ruolo hanno avuto i compagni.

Solo dopo aver ricostruito la dinamica è utile parlare con il proprio figlio e ascoltare anche la sua versione.

In questi casi, la collaborazione con insegnanti ed educatori è fondamentale.

L’obiettivo non dovrebbe essere trovare un colpevole da punire, ma interrompere la prevaricazione, proteggere chi la subisce e aiutare il ragazzo a comprendere le conseguenze delle proprie azioni.

Un intervento educativo efficace parte quindi da tre elementi: ascolto, fermezza e responsabilità.

cosa fare se figlio è un bullo

L'impatto emotivo sui genitori e l'importanza di non negare il problema

Quando la scuola segnala un episodio di bullismo, molti genitori faticano a riconoscere il proprio figlio nel racconto degli insegnanti.

A casa può essere affettuoso e rispettoso, mentre nel gruppo dei pari può assumere un ruolo dominante.

Se ti chiedi come reagire quando la scuola dice che mio figlio fa il bullo, evita di negare, accusare subito la vittima o punire prima di aver capito cosa è successo.

È più utile raccogliere informazioni precise: che cosa è accaduto, chi era presente, da quanto tempo dura la situazione e come ha reagito tuo figlio quando è stato richiamato.

Il compito del genitore non è difendere a ogni costo né giudicare, ma separare identità e responsabilità.

Ascoltare la sua versione non significa assolverlo.

Anche se è stato provocato o influenzato dal gruppo, resta importante capire come ha scelto di reagire.

Se mio figlio viene accusato di bullismo a scuola, è importante restare presenti, stabilire confini chiari e accompagnarlo verso modalità più rispettose di gestire rabbia, conflitti e relazioni con i coetanei.

Come affrontare un colloquio costruttivo con la scuola per esaminare gli episodi segnalati

Quando arriva una segnalazione di bullismo a scuola, il colloquio con insegnanti ed educatori dovrebbe servire prima di tutto a ricostruire i fatti.

Se ti chiedi cosa fare se mio figlio fa il bullo a scuola, è importante partire da informazioni concrete e non da giudizi generici.

Chiedi quali episodi sono stati osservati, da quanto tempo si verificano, chi era presente, se sono coinvolti altri studenti, come reagisce tuo figlio quando viene fermato e quali interventi sono già stati messi in atto.

Dire che un bambino “è aggressivo” aiuta poco.

È più utile descrivere comportamenti specifici, come insulti ripetuti, esclusioni organizzate, minacce o oggetti nascosti intenzionalmente.

Per collaborare con la scuola in caso di bullismo, il confronto dovrebbe restare orientato alla soluzione.

Una domanda utile è: “Come possiamo lavorare insieme per interrompere questa dinamica?”

È importante definire anche un piano educativo concreto, con obiettivi verificabili:

  • Niente insulti o minacce
  • Rispetto dello spazio fisico
  • Richiesta di aiuto a un adulto durante i conflitti
  • Maggiore supervisione nei momenti critici
  • Verifiche periodiche con un insegnante referente

In caso di cyberbullismo, conserva messaggi, immagini o screenshot senza diffonderli ulteriormente e segui le procedure indicate dall’istituto.

Meglio evitare, invece, incontri improvvisati tra ragazzi o famiglie.

Prima occorre interrompere la prevaricazione e ristabilire condizioni di sicurezza.

Solo dopo, se la situazione lo consente, si può lavorare sulla riparazione e sulla ricostruzione della relazione.

L'importanza di non colpevolizzare la vittima e di assumersi la responsabilità educativa

Quando un genitore scopre che suo figlio ha comportamenti da bullo, può cercare una spiegazione nel comportamento della vittima: “Lo provoca”, “è troppo sensibile”, “se la prende per tutto”.

Capire il contesto è importante, ma nessuna caratteristica o provocazione rende accettabile una prevaricazione ripetuta.

Anche quando esiste un conflitto reale, i comportamenti devono essere valutati separatamente.

Un bambino può essere arrabbiato, geloso, sentirsi provocato o non voler frequentare un compagno.

Le emozioni sono legittime, ma non tutti i comportamenti lo sono.

Per questo, quando ci si chiede come responsabilizzare un figlio che fa il bullo, è utile insegnargli una distinzione fondamentale: può non essere amico di qualcuno, ma non può umiliarlo, minacciarlo o convincere gli altri a escluderlo.

La responsabilità educativa passa attraverso tre fasi: riconoscere il danno, interrompere il comportamento e, quando possibile, riparare.

Riparare può significare restituire un oggetto, eliminare un contenuto offensivo, assumersi un impegno concreto oppure chiedere scusa in modo autentico.

Dire “scusa se ti sei offeso” sposta la responsabilità sull’altro; riconoscere invece ciò che è stato fatto e le sue conseguenze dimostra maggiore consapevolezza.

La riparazione, però, non deve mai diventare un’ulteriore pressione sulla vittima.

Non è necessario imporre un incontro o una riconciliazione immediata.

Insegnare a un bambino a gestire rabbia, frustrazione e desiderio di vendetta senza trasformarli in aggressività è uno dei passaggi più importanti per aiutarlo a interrompere comportamenti di bullismo.

Le strategie pedagogiche per intervenire quando mio figlio è un bullo

Quando ci si chiede cosa fare se mio figlio fa il bullo, affidarsi soltanto a una punizione raramente basta.

Una conseguenza può fermare il comportamento nel momento, ma non sempre modifica il motivo per cui il bambino umilia, esclude o intimidisce un compagno.

Il lavoro educativo dovrebbe quindi aiutare il ragazzo a capire che cosa sta cercando di ottenere attraverso la prepotenza e insegnargli modi diversi per raggiungere lo stesso bisogno.

Se cerca attenzione, appartenenza o controllo, deve imparare strategie più rispettose per farsi ascoltare, stare nel gruppo e affrontare i conflitti.

Per i genitori è utile partire da comportamenti concreti, evitando etichette.

Dire “hai escluso un compagno” è più efficace di “sei un bullo”.

Anche le conseguenze dovrebbero essere coerenti con ciò che è successo e accompagnate da una spiegazione chiara.

Può essere utile chiedere: “Che cosa avresti potuto fare diversamente?”, oppure aiutare il bambino a riconoscere cosa provava in quel momento: rabbia, gelosia, frustrazione, paura di essere escluso o bisogno di approvazione.

Un altro passaggio importante consiste nell’allenare risposte alternative.

Si può ragionare insieme su come allontanarsi da una situazione, chiedere aiuto a un adulto, esprimere il proprio disaccordo senza insultare o fermarsi prima di reagire impulsivamente.

Famiglia e scuola dovrebbero inoltre concordare pochi obiettivi concreti e verificare nel tempo i progressi.

L’obiettivo non è soltanto fare in modo che un figlio smetta di fare il bullo, ma aiutarlo a sviluppare empatia, responsabilità e capacità di scegliere comportamenti rispettosi anche quando nessun adulto lo sta controllando.

come affrontare cyberbullismo

Come parlare chiaramente al bambino per fargli comprendere la gravità delle sue azioni

Quando ci si chiede come parlare con un figlio accusato di bullismo, è importante evitare che il confronto diventi un interrogatorio.

Meglio scegliere un momento tranquillo, partire da fatti concreti e lasciare spazio al racconto del bambino, senza accuse o giudizi immediati.

Si può dire: “La scuola mi ha riferito che hai escluso un compagno e scritto messaggi offensivi. Raccontami cosa è successo dal tuo punto di vista”.

Ascoltare non significa giustificare.

Le risposte del bambino aiutano a capire dove intervenire. Se dice “era uno scherzo”, bisognerà lavorare sul confine tra ironia e umiliazione.

Se dice “ridevano tutti”, sarà importante affrontare l’influenza del gruppo.

Se sostiene che l’altro “se lo meritava”, occorre chiarire che rabbia e provocazioni non autorizzano la prevaricazione.

È utile criticare il comportamento, non l’identità.

Meglio dire “quello che hai fatto è un comportamento di bullismo e dobbiamo fermarlo” invece di “sei un bullo”.

Anche le conseguenze devono essere proporzionate e collegate a ciò che è successo.

Se il telefono è stato utilizzato per offendere, limitarne l’uso può avere senso, ma deve essere accompagnato da educazione digitale, riflessione e supervisione.

Per aiutare un figlio a smettere di fare il bullo, servono quindi ascolto, limiti chiari, responsabilità e strategie concrete per imparare a reagire diversamente.

L'educazione all'empatia e al rispetto dell'altro per correggere gli atteggiamenti da bullo

L’educazione all’empatia e al rispetto è fondamentale per aiutare un bambino a correggere comportamenti da bullo.

Essere empatici non significa provare esattamente le stesse emozioni dell’altro, ma imparare a riconoscerle e a tenerne conto prima di agire.

Per sviluppare l’empatia nei bambini possono essere utili storie, film, situazioni quotidiane e semplici giochi di ruolo.

Anche lavorare sull’inclusione educativa aiuta il bambino a comprendere quanto possano pesare l’esclusione, l’isolamento e il sentirsi lasciati ai margini del gruppo.

È utile anche collegarsi a esperienze che conosce, come essere escluso o preso in giro, senza trasformarle in una punizione emotiva.

L’obiettivo non è farlo sentire in colpa, ma aiutarlo a riconoscere le conseguenze delle proprie azioni.

Per correggere gli atteggiamenti da bullo bisogna inoltre allenare competenze concrete: accettare un no, esprimere disaccordo senza insultare, interrompere una presa in giro, chiedere aiuto e difendere un compagno senza aggressività.

Anche l’esempio degli adulti conta.

Un genitore che comunica con rispetto, evita umiliazioni e sa chiedere scusa mostra concretamente che autorevolezza e forza non richiedono aggressività.

Letture consigliate

I libri sul bullismo per bambini e ragazzi sono più utili quando diventano uno strumento pratico di conversazione, non una punizione.

Puoi partire da Wonder di R.J. Palacio, adatto soprattutto a bambini più grandi e preadolescenti, oppure da Siamo tutti Wonder per i più piccoli.

Entrambi aiutano a parlare di esclusione, gentilezza, differenze e ruolo del gruppo.

Un modo semplice per usarli è questo:

  • Leggete insieme poche pagine
  • Fermatevi su una scena significativa
  • Chiedi: “Secondo te come si è sentito?”
  • Domanda: “Chi avrebbe potuto fermare la situazione?”
  • Collega la storia alla vita reale senza accusare: “Ti è mai capitato di vedere qualcosa di simile?”

Puoi scegliere anche libri sulla gestione della rabbia, sull’amicizia, sull’uso dei social e sul coraggio di difendere un compagno.

L’obiettivo non è far leggere un libro “perché hai fatto il bullo”, ma usare la storia per aiutare il bambino a riconoscere emozioni, conseguenze e possibili alternative.

Il percorso a lungo termine per aiutare mio figlio a crescere nel rispetto degli altri

Se ti chiedi come aiutare mio figlio a smettere di fare il bullo, è importante pensare a un percorso che vada oltre il singolo episodio.

Il cambiamento richiede tempo, coerenza e il coinvolgimento degli adulti di riferimento.

A casa è utile lavorare ogni giorno su rispetto, empatia, gestione della rabbia e capacità di accettare un no.

Le regole devono essere chiare, ma anche spiegate, così che il bambino comprenda non solo cosa non può fare, ma anche perché.

Anche la collaborazione con la scuola resta fondamentale.

Famiglia e insegnanti dovrebbero condividere pochi obiettivi concreti e verificare periodicamente se i comportamenti stanno davvero cambiando.

Per aiutare un figlio a crescere nel rispetto degli altri, servono soprattutto esempio, dialogo e continuità.

L’obiettivo non è ottenere un comportamento perfetto, ma accompagnarlo verso relazioni più equilibrate, responsabili e rispettose, anche quando nessun adulto lo sta controllando.

La collaborazione tra famiglia, scuola e specialisti per monitorare il comportamento del bullo

Per aiutare un figlio a smettere di fare il bullo, famiglia e scuola devono condividere obiettivi chiari e verificabili.

Non serve un controllo quotidiano: può bastare un monitoraggio periodico su comportamenti concreti, come insulti, esclusioni, minacce o aggressioni.

A casa è importante lavorare sugli stessi obiettivi, perché messaggi educativi contraddittori riducono l’efficacia dell’intervento.

Se gli episodi sono frequenti, violenti o persistono nonostante gli interventi, può essere utile rivolgersi a uno psicologo dell’età evolutiva, pedagogista o pediatra.

Per gli adolescenti esistono anche servizi specifici: il Centro Età Evolutiva, ad esempio, dedica una sezione al supporto psicologico online per ragazzi dai 12 ai 18 anni, con percorsi pensati per difficoltà emotive, relazionali e comportamentali.

Uno specialista può approfondire difficoltà nella gestione della rabbia, impulsività, bisogno di approvazione o problemi relazionali.

Chiedere aiuto non significa etichettare il bambino, ma aggiungere strumenti per costruire un percorso educativo più efficace.

La valorizzazione della leadership positiva per canalizzare l'energia in attività costruttive

Un bambino che tende a comandare, imporsi o trascinare gli altri non possiede necessariamente caratteristiche negative.

Iniziativa, sicurezza, competitività e capacità di influenzare il gruppo possono diventare qualità importanti, se vengono orientate nel modo giusto.

Sport di squadra, teatro, attività associative, volontariato e piccoli incarichi familiari possono offrire occasioni concrete per allenare una leadership più positiva.

Anche a casa si possono affidare responsabilità reali, come organizzare un’attività o prendere una decisione tenendo conto delle esigenze di tutti.

Dopo queste esperienze, il confronto con l’adulto è fondamentale.

Domande come “Hai ascoltato anche gli altri?” o “Come hai gestito chi non era d’accordo?” aiutano a riflettere.

È utile valorizzare soprattutto i comportamenti concreti: includere un compagno, fermare una presa in giro, ascoltare un’opinione diversa o chiedere aiuto prima di reagire.

Le regole di condotta e i limiti fermi per evitare che il comportamento aggressivo si ripeta

Per aiutare un figlio che fa il bullo, empatia e dialogo devono essere accompagnati da regole chiare.

Anche le conseguenze devono essere coerenti con ciò che è successo.

Se il problema nasce nelle chat, può essere utile limitare temporaneamente l’uso non supervisionato del telefono.

Se un oggetto viene danneggiato, il bambino può contribuire alla riparazione.

Le conseguenze educative per comportamenti di bullismo funzionano meglio quando sono proporzionate, prevedibili e applicate con calma.

La coerenza conta più della severità: l’obiettivo non è spaventare il bambino, ma insegnargli quale comportamento scegliere la volta successiva.

Cambiare è possibile quando famiglia e scuola educano insieme a rispetto, responsabilità, empatia e consapevolezza.

Dragana Radosevic
Hai mai dovuto affrontare una situazione in cui tuo figlio faceva il bullo?